IL PROCESSO PENALE MERITA RISPETTO Riflessioni su garanzie, informazione e processo mediatico Presidente della Camera Penale “Giustina Rocca” di Trani Abstract La recente riproposizione mediatica del caso Garlasco offre l’occasione per riflettere, ancora una volta, sul rapporto tra processo penale e informazione. La pubblicazione di atti coperti da divieto, in violazione dell’art. 114 c.p.p., non rappresenta un semplice incidente comunicativo, ma una lesione profonda alla cultura delle garanzie, alla dignità della difesa e alla credibilità della giurisdizione. Il contributo analizza il quadro normativo, i principali orientamenti giurisprudenziali — nazionali ed europei — e le implicazioni culturali del cosiddetto “processo mediatico”. 1. Introduzione A molti di noi, nei contesti più disparati, è capitato di sentirsi chiedere “da avvocato” cosa pensiamo del caso Garlasco. È una domanda che ritorna ciclicamente, come se quel processo fosse diventato un archetipo narrativo, un contenitore inesauribile di opinioni e supposizioni. Evito da sempre le trasmissioni che ne parlano, ma ciò che mi è stato riportato negli ultimi giorni mi ha colpito per un motivo preciso: l’ennesima violazione delle regole del processo. 2. Il quadro normativo: l’art. 114 c.p.p. come presidio di civiltà L’art. 114 c.p.p., ai commi 2 e 3, vieta la pubblicazione — anche parziale — degli atti del procedimento penale fino alla conclusione delle indagini preliminari e di quelli coperti da segreto o da divieto di divulgazione¹. La ratio è evidente: impedire che atti non ancora verificati, contestualizzati o valutati dal giudice possano alterare la percezione pubblica e condizionare la serenità del giudizio. Non si tratta di un limite alla libertà di stampa, bensì di un bilanciamento necessario con: 3. Il diritto di cronaca e i suoi confini La giurisprudenza della Corte di Cassazione è costante nel ritenere che il diritto di cronaca non sia illimitato. Tra le decisioni più significative: La Corte costituzionale ha ribadito che il bilanciamento tra libertà di stampa e garanzie processuali non può sacrificare la presunzione di innocenza⁶. 4. La prospettiva della Corte EDU: il processo non è uno spettacolo La Corte europea dei diritti dell’uomo ha affrontato più volte il tema della pubblicazione di atti processuali e del processo mediatico. Tra le pronunce più rilevanti: La Corte EDU è netta: la stampa non può trasformarsi in un “secondo processo”, parallelo e incontrollato. 5. Il processo mediatico come distorsione culturale Trasformare atti riservati in materiale da intrattenimento significa svuotare il codice. Il processo mediatico: Quando il processo mediatico prende il posto dell’udienza, siamo davanti a una resa culturale. 6. Doveri deontologici e responsabilità della difesa Il Codice Deontologico Forense richiama più volte la responsabilità dell’avvocato nel rapporto con i media: La difesa non è un ruolo scenico: è un presidio costituzionale. 7. Conclusioni Difendere le garanzie non significa difendere qualcuno “a prescindere”. Il processo penale merita rispetto. Le garanzie non sono un fastidio: sono la nostra identità. Difenderle, oggi più che mai, è un dovere culturale. Note 1- Art. 114, commi 2 e 3, c.p.p. 2- Cass., sez. V, 19 gennaio 2012, n. 5259. 3- Cass., sez. V, 14 febbraio 2017, n. 6919. 4- Cass., sez. V, 10 maggio 2018, n. 20793. 5- Cass., sez. V, 21 ottobre 2021, n. 37975. 6- Corte cost., sent. n. 132/2020. 7- Corte EDU, Bédat c. Svizzera, Grande Camera, 29 marzo 2016. 8- Corte EDU, Dupuis e altri c. Francia, 7 giugno 2007. 9- Corte EDU, Tourancheau e July c. Francia, 24 novembre 2005. 10- Corte EDU, Allen c. Regno Unito, 12 luglio 2013.
E quando si violano le regole del processo, non si viola un tecnicismo: si intacca la cultura delle garanzie.
I tre requisiti tradizionali — verità, interesse pubblico, continenza — non bastano quando si tratta di atti processuali.
Significa accettare che il processo vero venga sostituito da un processo finto, costruito per emozionare e non per accertare, significa accettare che la giustizia venga rappresentata come un racconto, non come un metodo.
Significa difendere un modello di giustizia che appartiene a tutti, anche a chi oggi non ne percepisce l’importanza.
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