PRINCIPIO DI UMANITA’ DELLA PENA

Una mia personale considerazione alla luce della relazione del Professor Mario Caterini durante l’incontro tenutosi a Trani sul “PRINCIPIO DI UMANITA’ DELLA PENA E LA “CRISI PERENNE DEL SISTEMA CARCEROCENTRICO ITALIANO”

Chi frequenta le carceri lo sa: la pena non comincia con la sentenza, né con l’ordine di esecuzione. La pena comincia alla porta del carcere, in quel momento sospeso in cui la persona — spesso spaesata, sola, senza strumenti — varca una soglia che non aveva mai immaginato di attraversare (concetto di "prima soglia della pena" e di "sofferenza informale" connessa all'ingresso in carcere elaborato dal filosofo del diritto Luigi Ferrajoli).

Negli ultimi anni la Corte Costituzionale ha richiamato con forza il principio dell’umanità della pena, ribadendo che “la risposta punitiva deve rispettare la dignità della persona in ogni fase” (sent. n. 105/2026, dove ha ribadito che la pena deve evitare “sacrifici che eccedano il minimo necessario”; sent. n. 87/2026, che ha richiamato la necessità di una pena “concretamente compatibile con la dignità della persona”; sent. n. 120/2026, che ha riaffermato la centralità della proporzionalità anche nei reati introdotti dal decreto “Cutro”).

Dalla lettura di queste pronunce possiamo ricavare il principio che la pena è umana solo se è umano il suo svolgersi concreto.

Chi entra in carcere per la prima volta vive una frattura che non è solo giuridica è biografica (Donald Clemmer nel 1941 per definire l'impatto globale dell'istituzione carceraria sull'identità dell'individuo). È un crollo improvviso della continuità della propria vita.

La persona che arriva in istituto per la prima volta subisce quel senso di distacco dal proprio mondo già con la chiusura del primo “cancello”, che rende l’aria diversa, più scura, più densa. L’ingresso in carcere mina tutte le proprie sicurezze non potendo immaginare cosa succederà, chi incontrerà; come ci si deve comportare in una realtà che ha delle proprie regole non scritte.

Spesso non si ha nessuno che lo accompagni nel comprendere ciò che sta vivendo.

Questa sofferenza, il seso di smarrimento che precede la pena statuale, è ciò che Mario Caterini definisce pena naturale descrivendola come una sofferenza non voluta dal diritto, non finalizzata, non misurata, ma reale. Una sofferenza che il sistema non vede, ma che incide profondamente sulla persona (La pena naturale de lege lata (Archivio Penale, 2025 “la sofferenza informale è parte dell’esperienza punitiva, e il sistema deve imparare a riconoscerla”).

Il primo ingresso in carcere è anche il momento in cui la persona è più esposta. Si trova a dover gestire da solo, almeno sino alla prima visita psicologica lo shock emotivo dato dalla nuova situazione; la paura del futuro; la perdita del controllo; il rischio di comportamenti autolesivi; la difficoltà di comprendere il contesto.

La Corte costituzionale, nella sentenza n. 87/2026, ha ricordato che la pena deve essere “concretamente compatibile con la dignità della persona”. Ma come può esserlo se il sistema non protegge chi è più fragile proprio nel momento più fragile?

In questo scenario, noi avvocati assumiamo un ruolo essenziale per il nostro assistito, siamo il collegamento con l’esterno, la voce rassicurante di chi ti conosce, la speranza che quel periodo sia il più breve possibile. Noi siamo la prima persona che vede il detenuto.

Quante volte nella sala colloqui ci siamo trovati davanti una persona che non sa nemmeno da dove cominciare. Quante volte ci siamo trovati a mettere da parte il procedimento e ci siamo inventati padri e madri, cercando di fornire conforto e restituire un minimo di controllo sulla propria vita a una persona che ci chiede solamente una cosa: quando potrò uscire.

Siamo anche la prima garanzia che la pena non diventi sofferenza inutile. Siamo noi a segnalare vulnerabilità psicologiche, a vigilare sulle condizioni di ingresso, a impedire che la sofferenza informale degeneri in trattamento inumano.

Seguendo la logica della pena naturale di Caterini, “l’avvocato è il primo strumento di compensazione umana della sofferenza informale. Non possiamo eliminare la sofferenza, ma possiamo renderla narrabile, condivisibile, governabile”.

Il primo ingresso in carcere è una pena naturale che il sistema non riconosce. Eppure è certamente reale come è inevitabile. Incide pesantemente sulla persona più della pena formale; solo relazioni umane possono lenirla.

Caterini lo ha mostrato anche in Carcer passus in poenam cedit (2025): la sofferenza informale è parte della pena, e deve essere considerata nella commisurazione complessiva.

È in atto un dibattito fra i vari operatori che ritengono che la “pena deve essere umana dal suo inizio”.

Per questo non si può rinunciare a rivedere il protocollo psicologico di accoglienza, che deve prevedere la valutazione immediata del rischio suicidario, senza trascurare un colloquio psicologico obbligatorio. La mancanza di personale spesso priva il detenuto della presenza sin dal primo momento di un mediatore culturale o sociale, acuendosi così la sensazione di estraneità al luogo che ti priva della libertà.

Lo stato quando punisce deve conservare la propria umanità riconoscendo la sofferenza del primo ingresso, (sofferenza informale) che deve essere valutata nella commisurazione della pena; valorizzata nella concessione di misure alternative; integrata nella valutazione del trattamento penitenziario.

La pena è umana solo se è umano il suo inizio. E il suo inizio è l’ingresso in carcere.

In quel momento, l’avvocato è la prima garanzia di dignità, il primo argine alla sofferenza informale, il primo custode dell’umanità della pena.

Riconoscere questa verità significa assumere che la pena non è soltanto un fatto giuridico, ma un fatto umano. E che la sua umanità si misura, prima di tutto, nella capacità del sistema di proteggere chi è più fragile nel momento più fragile.

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