Anche quest'anno ho avuto la possibilità di percorrere i corridoi dell'istituto penitenziario di Trani, i corridoi dei padiglioni, quelli scuri, dove, più che vedere, avverti la presenza di chi occupa le celle, dove ti senti un intruso, un "guardone" che invade una quotidianità che non potrai mai capire.
Anche quest'anno ho potuto provare la sensazione di disperazione che aleggia in quei corridoi fra tutti quelli che sono costretti a viverci, dentro e fuori delle celle.
E come ogni volta il pensiero che accompagna la visità è che bisognerebbe far provare queste sensazioni a chi tanto scrive sui detenuti, a chi riforma norme codicistiche, inasprendo pene, senza avere coscienza e conoscenza di cosa sia un istituto penitenziario, solo per seguire interessi politici e personali.
E senza volontà di offendere nessuno, penso che le aule del Gip chiamato ad applicare le misure cautelari più estreme, come quella della privazione della libertà, dovrebbero essere allocate in questi corridoi.
Forse si potrebbe valutare meglio l'esigenza cautelare e quindi la misura da applicare.
In questo luogo, dal tempo sospeso e che priva l'individuo della sua umanità, è difficile pensare che la pena inflitta deve essere rieducativa, lasciando nell'animo solamente il concetto di punizione.
E i raggi del sole che ti scaldano il viso quando "finalmente" esci negli spazi aperti, non riescono a squarciare quel velo tetro che ti copre l'animo.
Puoi solamente sperare che fra un anno non sarai a scrivere le stesse cose, ma che finalmente si faccia qualche cosa perchè il Carcere diventi luogo di espiazione di una giusta pena che sia veramente quella prevista dalla nostra Carta Costituzionale.
Un grazie all'UCPI che mi ha permesso in questi anni di conoscere queste realtà e a chi mi ha accompagnato in questo viaggio. Un grazie particolare al personale della Polizia Penitenziaria che ci ha accompagnato, mostrando la propria umanità e la propria fragilità, perchè prima di tutto sono donne e uomini, poi agenti.
Grazie al Direttore dottor Altomare per l'accoglienza e la disponibilità a confrontarsi su dati che nel corso della visita sono diventati volti, situazioni precarie, infelicità.
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