Premessa
Il presente contributo contiene una mia riflessione sul romanzo “Se fioriscono le spine” di Glauco Giostra (Il Prof. Glauco Giostra, Ordinario di Procedura Penale alla Sapienza Università di Roma, ha rivestito un ruolo di primissimo piano in stretta collaborazione con l'Unione delle Camere Penali Italiane (UCPI). All'interno dell'associazione, ha ricoperto e continua a ricoprire l'incarico di Coordinatore del Comitato Scientifico).
Chi non desidera conoscere sviluppi narrativi o snodi essenziali della trama è invitato a non proseguire nella lettura, così da preservare la sorpresa e la forza emotiva che l’opera riserva a chi la affronta senza anticipazioni.
La lettura del libro mi ha suscitato emozioni profonde impedendomi di interrompere la lettura, sempre avvincente, ma nello stesso tempo dolorosa.
Più volte non ho potuto evitare di ripercorrere alcuni avvenimenti connessi al primo ingresso in carcere di alcuni miei assistiti e le sensazioni dei “detenuti” che hanno accompagnato il primo colloquio: lo spaesamento, la paura, la solitudine, la mancanza di un sostegno immediato. È stata un’esperienza di risonanza personale che ha generato in me il desiderio di approfondire ulteriormente le tematiche affrontate da Giostra, conducendomi a leggere e studiare i contributi già presenti online, da cui discendono queste poche pagine a seguire.
Ma non avrei mai potuto scrivere nulla se non avessi partecipato ad un incontro egregiamente organizzato dalla Sezione di Trani dell’Unione Giuristi Cattolici con la Presidentessa Dottoressa Giuseppina Paracampo e diretto dal Dottor Giuseppe Mastrapasqua Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Lecce, con l’autore che ha risposto con generosità e finezza alle riflessioni proposte, dando vita a un dibattito di alto profilo giuridico e umano.
Desidero, inoltre, esprimere sincero apprezzamento per gli interventi del Dottor Marco Gambardella, Sostituto Procuratore presso la Procura del Tribunale di Trani e del Dottor Luca Buonvino, Giudice presso il Tribunale penale di Trani.
Le loro osservazioni, puntuali e penetranti, hanno arricchito la discussione, offrendo spunti di lettura che illuminano ulteriormente la complessità del romanzo e il suo valore nel dibattito contemporaneo sulla pena, sulla devianza e sulla possibilità del riscatto.
Unanime è stato il giudizio su cosa è necessario fare perché il nostro diventi un paese civile e che la pena non sia solo punizione ma un momento in cui rendersi conto di quanto si è fatto, preparatoria a un ritorno nel mondo esterno dove si dovrebbe trovare accoglienza e occasioni di redenzione.
È emerso lo sconforto di chi è convinto che il carcere i detenuti e ciò che accade dopo è trascurato dal mondo della politica, perché non porta ritorno elettorale immediato, sarebbe un investimento per il futuro, proprio quello che si sta togliendo a chi entra nel circuito carcerario, fatto di sovraffollamento, suicidi e punizioni fini a sé stesse.
Il romanzo Se fioriscono le spine
di Glauco Giostra
Il romanzo Se fioriscono le spine di Glauco Giostra si colloca in un punto di intersezione raro tra letteratura, esperienza giuridica e riflessione civile. È un’opera che non si limita a narrare una vicenda individuale, ma illumina le zone d’ombra del sistema penitenziario, interrogando la funzione della pena, la responsabilità delle istituzioni e la capacità della società di accogliere chi ha pagato il proprio debito.
1. La violenza come matrice della devianza
Giostra tratteggia Antonio e Angelo come uomini che portano addosso ferite antiche, segni profondi di una violenza subita prima ancora che esercitata. Non è un artificio narrativo, è il riconoscimento che la devianza, spesso, nasce in contesti familiari e sociali dove la sopraffazione è quotidiana e la fragilità non trova protezione. Le loro scelte sbagliate non germinano nel vuoto, ma dentro un terreno già compromesso, dove nessuno ha insegnato loro a difendersi senza ferire.
Come evidenziato da Giuseppe Mastropasqua (Diritto giustizia e costituzione), il primo ingresso di Antonio in carcere è emblematico. Un giovane privo di strumenti, senza un avvocato che lo accompagni, senza una rete psicologica che lo sostenga. È un ingresso che somiglia a un abbandono istituzionale, un varco che trasforma la pena in trauma.
Angelo, “Il Muto”, porta una ferita ancora più radicale: una violenza che lo ha privato della voce e che ha trasformato il silenzio in difesa. La loro amicizia nasce come supplenza: quando le istituzioni mancano, sono gli affetti — anche quelli nati in condizioni estreme — a colmare il vuoto.
2. Il “cinico”: la criminalità come scelta
Accanto a queste biografie segnate dalla violenza, Giostra introduce la figura del “cinico”, colui che delinque non per ferita ma per volontà. È un personaggio che non cerca redenzione, non desidera cambiamento, non ha un passato da cui liberarsi. Come osserva Lina Caraceni (Sistema Penale), questa distinzione è fondamentale: non tutte le biografie criminali sono equivalenti, e non tutte le responsabilità penali hanno la stessa radice antropologica.
3. Il carcere come luogo di identità e come fallimento sociale
Il carcere, nel romanzo, non è solo un luogo, è un dispositivo che produce identità. Per Antonio e Angelo, la detenzione diventa quasi una casa, un luogo che protegge dalla complessità del mondo esterno. È un paradosso che Giostra descrive in maniera mirabile, quando la società non offre alternative, il carcere smette di essere deterrente e diventa rifugio.
La recensione di Rita Sanlorenzo (Questione Giustizia) evidenzia questo aspetto interpretando il romanzo come un “apologo morale” sulla caduta e sulla salvezza, mettendo in luce come la mancanza di sostegno istituzionale renda la pena un’esperienza di isolamento che rischia di cristallizzare la devianza.
4. Il ruolo dei direttori e del personale penitenziario
In questa prospettiva, il romanzo suggerisce — pur senza esplicitarlo — una verità che le Camere Penali conoscono bene. La qualità della direzione e del personale penitenziario incide profondamente sul destino del detenuto.
Un carcere guidato da figure burocratiche, distanti, talvolta crudeli, produce abbandono, irrigidisce la pena, trasforma la detenzione in un’esperienza puramente afflittiva. Un carcere guidato da direttori e operatori capaci di ascolto, formazione, responsabilizzazione, invece, prepara il detenuto al dopo, lo accompagna verso il reinserimento, lo aiuta a costruire un’identità diversa da quella che lo ha condotto al reato.
La differenza non è marginale ma è strutturale. Il professor Giostra rispondendo alle sollecitazioni delle domande pste durante l’evento lo ha affermato con durezza: “Un carcere che educa riduce la recidiva. Un carcere che punisce soltanto la alimenta”.
5. Aurora: la possibilità della redenzione
Aurora rappresenta nel romanzo la forma più alta di empatia: quella che non si limita a comprendere, ma che si espone, che decide di vedere la persona oltre il reato e oltre la ferita. La sua presenza non redime solo Antonio, ma anche Angelo, perché entrambi — come emerge chiaramente dalle analisi di **Giuseppe Mastropasqua** e **Lina Caraceni** — hanno conosciuto la violenza prima ancora di esercitarla. Aurora non si spaventa di fronte alle loro cicatrici: le riconosce, le ascolta, le accoglie. È questa capacità di guardare senza giudicare che apre uno spazio di redenzione possibile, un varco che permette ai due uomini di immaginare un futuro diverso da quello che la vita ha imposto loro.
La sua figura si staglia in netto contrasto con quella della sorella di Antonio, che pure è vittima di un marito violento. Ma mentre la sorella subisce quella violenza in silenzio, intrappolata in un contesto familiare che la schiaccia e la priva di voce, Aurora reagisce, si oppone, non accetta che la sopraffazione diventi destino. Come ha osservato **Angela Stella** su *l’Unità*, le due donne condividono la ferita, ma non la risposta: una resta prigioniera del ruolo che le è stato imposto, l’altra lo spezza. In questa contrapposizione si coglie una delle intuizioni più profonde del romanzo: la violenza non è solo un fatto che si subisce, ma anche un nodo che si scioglie — o si stringe — a seconda della capacità di chi la incontra di riconoscerla e di non lasciarsene definire.
Aurora, con la sua empatia attiva, con la sua capacità di vedere l’uomo oltre l’errore, diventa così il punto di svolta della storia. È lei a mostrare che la redenzione non è un atto solitario, ma un processo che richiede una relazione, un ascolto, un gesto concreto. È lei a dimostrare — come sottolineato anche da **Rita Sanlorenzo** su *Questione Giustizia* — che la comprensione può essere più forte della paura, e che l’accoglienza, quando è autentica, può trasformare la vita di chi ha conosciuto solo la durezza. In questo senso, Aurora non è solo un personaggio: è la rappresentazione narrativa di ciò che la società dovrebbe essere quando incontra chi ha pagato il proprio debito e cerca, con fatica, di ricominciare.
6. La responsabilità della società
Qui si innesta la riflessione più forte che la serata ha prodotto. Una società che non accoglie chi ha pagato il proprio debito è una società che produce recidiva.
L’infamia, lo stigma, la diffidenza sono forme di violenza che prolungano la pena oltre il suo limite legale. Solo un’accoglienza autentica — fatta di lavoro, relazioni, fiducia — può rendere definitivo il riscatto. Solo così il carcere torna a essere ciò che dovrebbe essere: un deterrente, non una casa.
7. La letteratura come strumento di verità civile
Giostra, con la sua scrittura elegante e rigorosa, mostra che la giustizia non è solo un fatto normativo: è un fatto umano. Lo ha colto anche la microrecensione dei Bokononisti, che ha letto in Antonio un moderno Oreste, condannato a ripetere una colpa che non ha scelto.
Se fioriscono le spine è un romanzo che non cerca di assolvere né di condannare, ma di comprendere. E in questo gesto — profondamente istituzionale e profondamente umano — sta la sua forza.
Fonti citate e integrate
• Giuseppe Mastropasqua, Diritto giustizia e costituzione
• Angela Stella, l’Unità
• Rita Sanlorenzo, Questione Giustizia
• Lina Caraceni, Sistema Penale
• Bokononisti, microrecensione
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