Separazione delle carriere: perché il SÌ rappresenta un investimento sulla qualità della giustizia Il dibattito sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri accompagna da anni il nostro Paese. È un tema complesso, che tocca l’equilibrio tra poteri dello Stato, la tutela dei diritti fondamentali e la credibilità delle istituzioni. Oggi, con il referendum, abbiamo l’opportunità di affrontarlo in modo diretto, scegliendo se mantenere l’attuale assetto o compiere un passo verso una giustizia più moderna e trasparente. Sostenere il SÌ non significa schierarsi contro la magistratura, né tantomeno indebolirla. Al contrario: significa rafforzarla, rendendola più autorevole agli occhi dei cittadini e delle imprese che ogni giorno si affidano al sistema giudiziario. Nel modello attuale, giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine, condividono percorsi di carriera e possono passare da un ruolo all’altro. Questo assetto, pur nato con buone intenzioni, oggi presenta limiti evidenti: .-La percezione di imparzialità è indebolita. Anche senza alcuna scorrettezza, il fatto che accusa e giudice appartengano allo stesso corpo può generare dubbi sulla terzietà del processo. .-Il ruolo del PM è cambiato nel tempo. Oggi il pubblico ministero ha un peso investigativo e mediatico molto maggiore rispetto al passato, e questo richiede un assetto più chiaro e definito. .-Il sistema non rispecchia gli standard di molti altri Paesi europei, dove la separazione è la norma e non l’eccezione. In un contesto in cui la fiducia nelle istituzioni è un bene prezioso, la giustizia non può permettersi zone d’ombra. Un punto spesso frainteso nel dibattito pubblico riguarda la natura della richiesta avanzata dalle Camere Penali. Molti tendono a interpretarla come una battaglia “politica”, ma questa lettura non coglie la realtà del ruolo e della missione dell’avvocatura penalista. Le Camere Penali non sono un soggetto politico, né un attore di parte nel confronto tra schieramenti. Sono un’organizzazione professionale che rappresenta gli avvocati penalisti e che ha come obiettivo la tutela delle garanzie del processo penale e dei diritti fondamentali della persona. La loro posizione sulla separazione delle carriere nasce da esigenze tecnico‑giuridiche, non da logiche di partito. -. Una richiesta coerente con la cultura delle garanzie Da decenni l’avvocatura penalista sostiene la necessità di un processo realmente equilibrato, in cui accusa e giudice siano distinti non solo nei ruoli, ma anche nelle carriere. -. Una proposta che precede il dibattito referendario La separazione delle carriere è una battaglia storica, che attraversa governi di colore diverso e che non nasce per favorire o penalizzare alcuno schieramento. -. Un contributo tecnico, non ideologico Gli avvocati penalisti vivono quotidianamente il processo e conoscono da vicino gli effetti dell’attuale assetto. -. Una riforma che riguarda i diritti, non le maggioranze La separazione delle carriere parla di garanzie, trasparenza e terzietà: valori che appartengono allo Stato di diritto. Un altro elemento che merita chiarezza riguarda l’art. 104 della Costituzione, che sancisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Il referendum non tocca in alcun modo questo articolo. L’autonomia della magistratura rimane piena, garantita e costituzionalmente protetta. La separazione delle carriere non incide sull’indipendenza dei magistrati, ma solo sull’organizzazione interna dei ruoli, distinguendo in modo più netto chi giudica da chi esercita l’azione penale. È importante ribadirlo: non si modifica l’equilibrio tra poteri dello Stato, né si limita l’autonomia della funzione giudiziaria. Si interviene esclusivamente sulla struttura delle carriere, per rafforzare la terzietà del giudice e la qualità del processo. Il tema del sorteggio per la composizione degli organi di autogoverno è spesso presentato in modo distorto. In realtà, nasce come risposta a un problema reale e riconosciuto da anni: il peso eccessivo delle correnti nella gestione delle carriere e degli incarichi. Il sorteggio non elimina la rappresentanza, ma riduce la possibilità che dinamiche interne, cordate o logiche di appartenenza condizionino le scelte. È uno strumento di neutralizzazione, non di delegittimazione. .-Riduce l’influenza delle correnti, che negli anni hanno assunto un ruolo spesso determinante nelle nomine. .-Rende più trasparente il sistema, perché limita la possibilità di accordi interni o scambi di favori. .-Restituisce credibilità al CSM, rafforzando la percezione di imparzialità. .-Protegge i magistrati stessi, che possono svolgere il proprio ruolo senza pressioni o aspettative di appartenenza. In un momento in cui la fiducia nelle istituzioni è un bene fragile, strumenti che riducono il rischio di autoreferenzialità non sono un male: sono un’opportunità. Cosa cambia con il SÌ La separazione delle carriere introduce un principio semplice ma fondamentale: chi accusa e chi giudica devono appartenere a ordini diversi, con percorsi professionali distinti e autonomi. I vantaggi sono chiari: - Un giudice realmente terzo - Un processo più equilibrato - Maggiore trasparenza - Un sistema più moderno e allineato agli standard europei Il referendum sulla separazione delle carriere non è un voto tecnico, ma un voto di visione. È l’occasione per affermare un principio semplice: una giustizia forte è una giustizia imparziale. Per questo, ritengo che il SÌ rappresenti la strada più coerente per rafforzare la credibilità del nostro sistema giudiziario e avvicinarlo alle aspettative di cittadini e imprese. Per una giustizia più chiara, più moderna e più garantista
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